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>Amsterdam – photo post

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Quando su Amsterdam splende il sole, pare di abitare un quadro fiammingo. Il cielo è azzurrissimo ed è punteggiato da nuvolette paffute e bianche.
Il Concert Gebouw, vicino al Museo di Van Gogh
Le sorprese si incontrano ad ogni angolo di strada e può succedere di vedere un’installazione piuttosto curiosa, come quella che si trova davanti al Rijksmuseum. Non pensate che i suoi occhi siano un po… particolari?
Le bici sono ovunque e rappresentano un tutt’uno con i parapetti dei ponti.
A volte sono ordinate, come in questa foto. Altre volte, come qui sotto, sembrano un po’ pericolanti.
Altra caratteristica di Amsterdam è che il tempo cambia velocemente. E in pochi minuti il paesaggio cambia da così:
Science Center Nemo
a così:
Ma forse il bello è proprio questo, perchè ti permette di apprezzare lo stesso panorama da più sfaccettature. E accontenta chi ama i paesaggi soleggiati, ma anche chi apprezza quelli malinconici.
Anche in caso di nuvole ci sono simpatici abitanti delle finestre che riportano un po’ di colore
oppure negozi che vendono esclusivamente oggetti rossi
Di certo non mancano campanili e torrette:

ma neppure edifici super moderni e dalle forme talvolta futuristiche

Ed essendomi innamorata del profilo irregolare delle case 

e di quelle galleggianti che popolano i canali

non potevo che concludere così questo primo photo post del nostro viaggio. Buona serata!

>8 agosto 2011 – Amsterdam, arriviamo!!!

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E’ l’8 agosto.
Finalmente Pestifera e Baffetto sono pronti per partire alla volta del Nord Europa. La prima che non ha ancora ben capito che le vacanze sono iniziate, ma per sicurezza cerca di stipare più indumenti possibili nella sua nuovissima valigia viola. Il secondo che legge fumetti in giro per la casa e sopporta pazientemente le elugubrazioni mentali pre partenza della prima: “Ma amore, secondo te il costume ha senso portarlo? Bah, io lo metto tanto non occupa spazio!Cacchio, metti che esce un po di sole? Vuoi non provare l’ebbrezza di fare il bagno nel Mare del Nord??“.
Oppure “Amore, secondo te il phon lo porto o no? Bah, io lo porto, non si sa mai. Sì, è vero, se metto quello devo togliere una felpa. Ma tanto ho letto sulla guida che le medie stagionali sono sui 20 gradi, non penso serva tutta sta roba pesante!“.

Ora, il phon della pestifera merita un breve excursus: intanto occupa una superficie di 2mq e pesa quanto una palla medica. E’ ben noto, infatti, che la qualità di un phon è data specificatamente da peso e dimensioni. Inoltre è dotato di ben due beccucci che modulano l’aria sui capelli in modo diverso e, last but not least, di un pulsante che, premuto, spara sulla chioma una sana dose di ioni attivi che la rende più lucida e setosa. (Pulsante che la pestifera ha usato due volte da quando possiede questo ritrovato della scienza tricologica e che ha premuto entrambe le volte per sbaglio). Si sa: lady P sui capelli non transige!

Digressioni sui phon a parte, arriva il momento della verità: è ora di pesare le valigie. La bilancia emette un responso poco confortante: quella della pestifera pesa 7 kg e spiccioli; quella di Baffetto ne pesa 5.  Per scrupolo, perchè non sia mai che la gianduiotta lasci qualcosa al caso, accende velocemente il pc e controlla sul sito della Transavia il limite di peso dei bagagli a mano. Tanto si sa che sono i soliti 10 kg, ma meglio fare un ultimo controllo. Scopre quindi che, dall’aprile 2011, la simpatica compagnia aerea di cui sopra ha abbassato il peso consentito a 5 kg e, lì per lì, la fronte le si imperla di sudore. Ma superato il primo momento di sbandamento, prende una decisione da vera donna alfa: la fortuna aiuta gli audaci, ci penseremo una volta in aeroporto!

Al check-in li attende una coda di 170 persone: 150 indiani e 20 olandesi. Disposti su 3 file: 2 file e 3/4 occupati dai primi e 1/4 occupato dai secondi. Visto che tanto la fila del vicino va sempre più veloce, i due viaggiatori si arenano in una a caso e attendono pazientemente che arrivi il loro turno. La Pestifera inganna l’attesa pensando mentalmente a come approcciare la donzella del check-in: meglio un sorriso mellifluo e conciliante, stile famiglia del Mulino Bianco, oppure un piglio sicuro e sbrigativo, pronto al bluff in caso di peso della valigia? Opta per la prima ipotesi e, quando è il loro turno, fluttua nell’aria con trolley al seguito e si esibisce nella famosa accoppiata magica: occhioni spalancati e dentatura smagliante.

Viaggiate solo con bagaglio a mano?
Eh sì !!

(senza nemmeno degnare di uno sguardo le valigie, ben occultate dietro la schiena dei nostri eroi) Ecco la fascetta da apporre sopra
Grazie molte! Buona giornata e buon lavoro!!!

E’ fatta! Finalmente il primo controllo è superato e Lady P. e Baffetto possono andare a spiaggiarsi sui divanetti davanti al gate, nell’attesa di salire sull’aereo. Tutto sommato le due ore passano veloci e alle 15.30 depositano le terga sul velivolo. Posizione? Penultima fila.
Ora, la penultima fila ha i  suoi lati positivi e negativi. E’ vicina al bagno e, per una come Pestifera che ha la vescica balenga, è un gran pregio. Sfortunatamente, però, lascia poco scampo in caso di vicini molesti: non puoi fare le vasche nel corridoio, rompendo le balle agli altri viaggiatori e inoltre non puoi cercare scampo nel vano vicino alla toilette, perchè sei già lì! 
In questo caso i due viaggiatori si sono ritrovati seduti davanti a due signore dall’aspetto tutto sommato distinto. Mezz’età, olandesi, silenziose. Peccato avessero un’abitudine quanto meno spiacevole: togliersi le scarpe. Se le loro distintissime estremità avessero profumato di verbena nulla sarebbe stato. Ma si dà il caso che, al posto dei piedi, avessero due forme di Gouda dotate di 5 dita e che siano state senza scarpe per TUTTO il viaggio. 
La pestifera è stata più volte sul punto di svenire ed ha boccheggiato come un pesce palla fuori dall’acqua per tre quarti del volo.  Baffetto, che per fortuna sua ha l’olfatto meno sensibile, ha avvertito il piacevolissimo aroma ma non ha battuto ciglio più di tanto.

Ma l’Ambipur gusto fromage non è stato l’unico motivo per cui la gianduiotta ha boccheggiato ed assunto coloriti verdognoli. Vuole il caso, infatti, che alla partenza spirasse su Venezia una leggera brezzolina e che, qui e là durante il volo, ma in particolar modo negli ultimi minuti prima dell’atterraggio, il velivolo incappasse in gradevolissime turbolenze. I braccioli del sedile occupato dalla pestifera ancora recano i segni delle sue unghie. Per fortuna che lei sa dissimulare le sue emozioni e che ha affrontato i perigli con calma dignità e classe. 

Diapositiva che ritrae Lady P. nei momenti salienti del volo
Aromi faunistici e turbolenze a parte, alle 17.45 i due viaggiatori pestano per la prima volta il suolo olandese. Il tempo che li accoglie è decisamente estivo: nuvole scure e basse, vento tagliente e pioggerellina. Temperatura intorno ai 13 gradi. 
In Italia è l’8 agosto, lì è l’8 novembre.
Ma i due viaggiatori non si fanno scoraggiare, si tratterà di una perturbazione passeggera di origine atlantica e dall’indomani finalmente la vera estate olandese si paleserà dinnanzi ai loro occhi avidi di conoscenza.
Nel contempo si recano alla biglietteria dove acquistano i biglietti del treno che li porterà ad Amsterdam Zuid. Ci vogliono circa 10 minuti di viaggio, è la seconda fermata, e l’hotel è a 50 metri dalla stazione. Perfetto, no?
E’ proprio qui che i nostri eroi fanno per la prima volta conoscenza con la fonetica olandese. Consapevoli di non sapere una mazza dell’idioma locale, ma fiduciosi nella capacità di comprensione degli indigeni, una volta arrivati al binario chiedono al personale ferroviario se il treno in sosta al binario 1 vada ad Amsterdam Zuid. No, risponde l’omino, bisogna prendere quello che arriverà al binario 2.
Che comodo, pensano loro, che facile! Questo sì che è un inizio di vacanza!
Peccato che l’omino in questione avesse capito Amsterdam Zeentral, invece che Zuid (corretta pronuncia Zaid) e che quindi i due poveri ignari siano saliti su un treno sbagliato. Glielo fa gentilmente notare il controllore che, in un impeto di gentilezza e bontà, gli risparmia una multa di 70 euro a testa e gli indica come tornare sulla retta via. Risultato: scendere dal treno, fare altri biglietti, risalire su un altro treno, scendere a Schiphol, risalire su un altro treno e scendere a Zuid. Totale tempo operazione: 1 ora.
Una volta giunti a destinazione, i due sono ormai stremati e riescono a malapena a trascinarsi nella camera dell’hotel, mentre fuori impazza la pioggerellina. Di andare lontano per cena non se ne parla e optano per la soluzione più sicura e semplice: il Burger King. Sì, è vero, non è da gourmet finire subito la prima sera in un tal covo di colesterolo e grassi, ma il suddetto rappresentava l’alternativa più vicina all’hotel e anche la più comoda in termini di scelta di cibo.
Finita la cena i due crollano assonnati sul letto e non hanno nemmeno tempo di rendersi conto di come sia futuristica la camera che hanno prenotato. Ma questo lo scopriranno nella prossima puntata!

>Back home (sigh!)

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Eh sì, Lady Piemontesina e Baffetto sono rientrati alla base.
Sono rientrati con i piedi a toast e le schedine di memoria zeppe di fotografie.
Hanno macinato chilometri su chilometri e mangiato cose indefinite a prezzi improponibili (non perchè siano dei fini gourmet e frequentino solo locali a 5 stelle, ma perchè il Nord Europa è C-A-R-O).
Hanno sofferto il freddo in modo indecente, finchè un giorno hanno deciso di intraprendere la sacra strada di Decatlon e hanno acquistato due giacche a vento con i contro che li hanno protetti dalle estati nordiche.
Hanno probabilmente stabilito il record cosmico di cose viste in due settimane e hanno sicuramente sbancato il jackpot di punti miglia realizzabili in 12 giorni sulle metropolitane europee.
In particolare la pestifera è riuscita a:
1) bere più cappuccini e caffè in due settimane che in tutti i suoi 29 anni di vita
2) assaggiare la famigerata aringa, che le è pure piaciuta! (Sappiate però che ha un effetto sull’alito che ve lo raccomanda…. sembrava le si fosse spiaggiata una balena sulla lingua e l’effetto è durato per mezza giornata. Io vi ho avvisato, ecco, quindi ocio in caso di appuntamenti galanti)
3) sopravvivere ad una kidney pie (ossia pasticcio di rognoni)
4) sfamare metà della popolazione di scoiattoli del S. James Park
5) sopravvivere al British Museum
6) drogarsi in modo adeguato di Frappuccini da Starbucks, nella speranza che la dose le basti fino a prossimo viaggio
7) salire i 450 milioni di scalini della scala a chiocciola della stazione di Covent Garden, senza perdere un polmone
8) salire in cima alla Torre di Utrecht senza morire di claustrofobia e vertigini
9) entrare da Harrods durante un pomeriggio di pioggia e resistere all’istinto omicida verso i miliardi di turisti che procedevano lungo le varie hall come mucche al pascolo

10) sopravvivere ad una passeggiata a Portobello Road il sabato mattina

Ha capito, inoltre, che Copenhagen non le è perfettamente congeniale e che la prossima volta che dovrà prenotare un albergo nella Terra di Mezzo, ne cercherà uno che abbia un bagno di una grandezza superiore a 3 cm2.
Ha scoperto che prendere 4 aerei in 12 giorni ha un qualche effetto sul suo (già precario) bioritmo e che Amsterdam è decisamente adorabile.
Ha intuito, infine, che recarsi nelle lontane terre nordiche d’estate è sì piacevole perchè è come stare in frigorifero, ma al ritorno il caldo ti colpisce come una mazzata in fronte e ti atterra per un bel po’.
Detto tutto questo, i vostri piemontoveneti eroi si sono divertiti tantissimo e sognano già il prossimo viaggio, perchè mica sono capaci di restare a casa per tanto tempo!
Non appena la pestifera avrà capito dove si trova, si sarà ripresa dalla bolla di caldo africano, avrà disfatto la valigia e scaricato tuuuuuutte le 1300 foto, partirà il diario di viaggio. E si teme sarà chilometrico

Nel frattempo state in campana, neh! Che questo caldo spolpa e squaquera. ;-)

>Sui bagni giapponesi

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Mi sono resa conto che non ho mai dedicato un post ad una delle cose che più mi hanno fatto scocconare del Giappone.
Vogliamo parlarne?Parliamone! Trattasi dei fantastici wc nipponici, un vero tripudio di genialità e organizzazione!
Partiamo dal tipico wc italico in cui ci si imbatte giornalmente nei luoghi pubblici. Provate a pensare a come si presenta ai nostri occhi: 
  • la porta nel 98% dei casi è rotta o ha la maniglia sifola (un po’ funziona e un po’ no, dandoti il piacevolissimo brivido dell’incognita: ok, adesso sono entrata e la porta si è chiusa. Siamo sicuri che si riaprirà???).
  • Le pareti sono zeppe di scritte in stile “Peppino o’ pallonaro/Sharonhhhh offre i suoi servigi aggratis telefonando al 34XXXX”.
  • Manca la carta igienica 
  • il wc, molto spesso, è in condizioni da “party selvaggio di microbi”.

Ma sopratutto ha una conformazione standard: tazza, asse e cassettina dello sciacquone.

In Giappone no. In Giappone hanno pensato che anche in un bagno pubblico ogni avventore ha diritto alla sua comodità e alla sua privacy, per non parlare della pulizia che regna sovrana.
Il pavimento è così lucido che potresti organizzarci sopra un’amichevole spaghettata tra amici. I muri sono intonsi e immacolati e  le porte funzionano perfettamente. E fin qui nulla da stupirsi, si sa come sono fatti i giapponesi.
La vera meraviglia è la conformazione dei wc, dotati di una consolle tanto curiosa quanto utile. Ma scendiamo nei dettagli…
La prima volta che ho scoperto questi bagni è stato a Roppongi Hills. E non esagero quando dico che sono stata 15 minuti chiusa dentro, provando tutti i pulsantini colorati.
Come si può notare dalla foto di Sir Baffetto, la consolle è composta da 3 pulsanti:

  • un tastino rosa scuro con sopra il quadratino che normalmente negli elettrodomestici indica lo “stop”
  • un tastino verde rotondo con disegnato un getto d’acqua
  • un tastino rosa chiaro con disegnato il getto d’acqua di cui sopra, che va a colpire un simbolo strano che assomiglia ad una “w” dagli spigoli arrotondati.

A cosa serve tutto ciò?
Il tastino verde aziona un beccuccio che si protende dall’asse verso il centro della tazza e che emette un getto di acqua a temperatura perfetta. Nessuno di noi sarebbe in grado di miscelare l’acqua con così tanta perizia e di creare questo perfetto connubio di acqua calda e fredda.
Il simboletto fatto a forma di “w” è che la rappresentazione delle serene chiappette di chi usufruisce di quel bagno. Tutto l’ambaradan, infatti, altro non è che un praticissimo e funzionalissimo bidet!
E siccome i giapponesi non fanno le cose a caso, dalla foto si può notare anche una rotellona che permette di regolare il raggio di azione del getto d’acqua. Tanto per non sbagliare il tiro e rischiare di farsi il bidet alle tonsille, ecco….

Il secondo tocco di classe che in questa foto non c’è (questo è uno dei due bagni della nostra stanza al Ryokan Iwaso, sull’isola di Miyajima) è un tastino aggiuntivo con sopra disegnata una nota musicale.
Perchè tu, avventore di wc pubblico, dovresti temere di fare rumori aerofagici o defecologici e di essere sentito dai tuoi vicini??? Bando all’imbarazzo! Pigiando sul pulsante inizierà una delicata melodia che offuscherà i tuoi “prot” e i tuoi “sprat”, garantendoti una privacy perfetta!
E la cosa pazzesca è che ci sono tante musiche disponibili! Ovviamente con volume regolabile. (Io le ho provate un po’ tutte, orientandomi verso la musica classica perchè mi pareva più performante)
Detto questo, sono o non sono dei geni i giapponesi?????

Per chi invece ha gusti un po’ meno tradizionali, è disponibile il wc con la livrea del Gundam. A casa tua con 3000 €!

Se non ci fossero i giapponesi, bisognerebbe inventarli…

>Viaggio a Parigi: 2° giorno – seconda parte

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Dove eravamo rimasti? Ah sì, ci siamo fermati al pranzo nel ristorante algerino!

Orsù, ben zavorrati di couscous e irrorati di vino rosso di Algeri, tale Medea, ci fiondiamo a Notre Dame perchè vogliamo approfittare del fatto che sono le 2 e che quindi molti turisti sono ancora a mangiare.
 Poveri creduloni… nonostante ci sia un vento gelido che taglia a fettine e nonostante l’ora fasulla, la coda per entrare è già bella lunghetta e orde di troll giungono da ogni angolo. Tutto sommato la coda è anche scorrevole e dopo meno di dieci minuti finalmente entriamo.

 Il vero problema di visitare Notre Dame quando c’è un miliardo di turisti dentro è che non riesci a goderti come si dovrebbe la cattedrale nella sua interezza. Procedi trasportato dalla fiumana umana, ma è assai difficile soffermarsi sulle singole cappelle o godersi i giochi di luce delle vetrate.
I tentativi di fotografare i particolari sono stati plurimi, ma spesso inconcludenti. Anche perchè non è raro che mentre si è belli preparati per fare la foto, qualcuno passi e ti dia una gomitata mandando in vacca tutto.

 In ogni caso sono stata molto contenta di tornare a Notre Dame perchè quando ero stata in giro a Parigi alle superiori metà della facciata era incartata da ponteggi e perdeva molto del suo fascino.

Finito il giro all’interno, vorremmo salire sulle torri per goderci il panorama ma desistiamo prontamente perchè la coda è diventata infinita e noi non abbiamo mica tanto tempo da sprecare in code!!Dobbiamo maratoneggiare per la città vedendo più cose possibili!!!

Decidiamo allora di visitare il Pantheon e ci imbattiamo nel ponte dell’Archevèque tutto tempestato di… lucchetti!

Del tipo che se Moccia lo vedesse gli prenderebbe uno sciopon, perchè ce ne sono un’infinità, di ogni forma e colore e con sopra rigorosamente indicati i nomi degli innamoratini di Peynet che li hanno attraccati.
Non contenti, tali innamoratini celebrano il momento immortalandosi (con contorsioni improbabili) a fianco al loro lucchetto personale e dopo un tenero bacio, si allontanano tutti felici verso l’infinito e oltre.
Ammetto con un po’ di vergogna di non aver voluto fotografare il ponte in questione, ma ho chiesto a Baffetto di prestarmi una sua foto così da darvi un’idea.
Proseguendo sulla riva di fronte a Notre Dame spulciamo tra le bancarelle dei libri usati in cerca di un’occasionona dell’ultima ora ma purtroppo ce ne andiamo a mani vuote perchè: io cercavo Racine e non l’ho trovato e poi i volumi di Tintin erano tutti in francese e avrei potuto leggerli solo io. Amen!Ci imbattiamo anche in una fantastica fumetteria dal gusto un po’ retrò in cui Baffetto si innamora di un buon numero di volumi, ma sempre a causa di difficoltà linguistiche desistiamo anche stavolta dal rimpinguare opportunamente la nostra libreria fumettara.
Nel frattempo il meteo è già cambiato una ventina di volte (eh, il clima continentale…) e abbiamo superato, in rapida successione:sole,vento,pioggetta,sole,nuvolo,vento,vento,vento,vento,vento,sole,nuvolo,nuvolosissimo,sole,ventissimo,gelo polare artico,aria primaverile,gelo polare artico,vento,nuvoletto,sole. (Mi viene in mente proprio adesso scrivendo questo post, che in occasione della gita delle superiori a Parigi ci avevano ripetuto come un mantra “Bisogna vestirsi a cipolla” e adesso comprendo appieno la valenza del consiglio…)
La cosa importante è che quando arriviamo al Pantheon c’è il s-o-l-e,

un cielo di un azzurro spettacolare e delle nuvolette bianche che rendono il tutto più pittoresco. Il Panteon è decisamente imponente e sapete perchè lo hanno costruito?Mo’ ve lo spiego! Intanto si trova nel Quartiere Latino sul colle di Sainte Geneviève ed è circondato dala chiesa di Saint-Etiènne du Mont, dalla Sorbonne e dalla Biblioteca di Sainte Geneviève. Il monumento, inizialmente una semplice chiesa, è diventato il mausoleo dedicato ai grandi uomini e alle grandi donne che hanno fatto la Francia. Ci abitano infatti, tra gli altri: Voltaire, Dumas padre, Rousseau, Marie Curie e Hugo, tanto per fare due nomi.

Inoltre, al centro del Pantheon, c’è una riproduzione del pendolo di Foucault perchè, proprio qui, il fisico francese espose nel 1871 la sua dimostrazione della rotazione della Terra, installando nella cupola centrale il famoso pendolo. Insomma, mica quisquilie!
Dentro al Pantheon non avremo passato più di mezz’ora, ma una volta usciti è già di nuovo tempo di estrarre l’ombrello perchè piove. Dopo una veloce capatina alla chiesa di Sainte Geneviève, sfidiamo le intemperie e rimbalziamo all’Arco di Trionfo. Le nostre speranze che il meteo cambi in meglio sono vane e, nel tempo in cui saliamo i famosi 282 scalini della scala a chiocciola per arrivare fino in cima, si scatena un altro acquazzone.

La cosa non è molto divertente perchè, se è vero che Parigi sotto quei nuvoloni densi da temporale acquista ancora più fascino, è anche vero che sopra l’Arco di Trionfo soffia un vento della miseria e più di una volta, facendo da assistente a Baffetto che cercava di scattare foto, ho rischiato di volare di sotto aggrappata all’ombrello (sì, in stile Mary Poppins).

I nostri ventosi eroi però non si fanno scoraggiare e tra un ‘asciugatura di obiettivo e l’altro, riescono a godersi il panorama e anche a scattare qualche foto.

La prospettiva di trotterellare allegramente per gli Champs-Elysées al tramonto naufraga in breve tempo perchè:
a) i piedi ormai hanno dichiarato sciopero e rifiutano qualsiasi direzione che non sia quella dell’hotel
b) causa punto a) la stanchezza prende il sopravvento e innervosisce gli animi. Abbiamo pile Energiser, ma dopo un po finiamo anche quelle!
c) la fame si fa sentire e la decisione migliore da prendere ci sembra quella di andare a mangiare.

In fatto di ricerche di ristoranti non siamo molto fortunati (o forse non sappiamo dove cercare) e dopo un disperato girovagare per boulevards ricchi di palazzoni eleganti ma totalmente privi di luoghi ameni in cui rimpinzarci, finiamo in zona hotel e con un ultimo sforzo ci areniamo nella nostra stanza. Urge un pediluvio che riporti in vita i nostri poveri piedi e urge anche un po’ di riposo perchè sospettiamo di aver percorso tanti tanti kilometri e anche i maratoneti hanno diritto ad una sosta!
Alle 20 siamo nuovamente sotto la pioggerellina e approdiamo in un quartiere di cui non ricordo assolutamente il nome, pieno di cinema e ristorantini lounge-chich-ggggiuovanili. Vaghiamo per le stradine di questo quartiere e riusciamo a perderci. O meglio, ci spingiamo avanti verso il miraggio di una chiesa (che all’inizio ci pareva Notre Dame) ma che, una volta giunti abbastanza vicini, riconosciamo non essere tale. Decidiamo quindi di tornare sui nostri passi e dove decidiamo di mangiare? Come da più classico dei finali…. in un ristorante italiano, arghhhhhh!!!!
La verità è che io, quando sono molto molto stanca, divento un’abile scartavetratrice di maroni. E, in qualità di abile scartavetratrice di maroni, tendo a essere scontenta pressochè di tutto. Quindi figuriamoci trovare un posto in cui mangiare…impossibile! “Mpf, questo mi pare troppo sofisticato”, “Uhm, con questi ggggiovani con la puzza sotto il naso non mi sento a mio agio”, “No, questo no. Guarda che prezzi!!”. Per il povero Baffetto diventa perciò molto difficile non solo sopportarmi, ma anche trovare una soluzione che vada bene a tutti e due. Bisogna dire però che anche la scartavetratrice di maroni professionista e pluridecorata ha i suoi limiti e che, dopo un tot, esaurisce le sue forze e accetta qualsiasi soluzione.
Ecco il motivo per cui, sfiniti, optiamo per questo ristorante italico dove mangiamo un delizioso piatto di sedanini alla siciliana. Avremmo potuto provare qualche altra specialità franciosa, ma francamente non ce la sentivamo di correre di nuovo il rischio di addentare suole da scarpe mascherate da bistecche!
Con la pancia piena e nuovamente sotto la pioggia decidiamo di chiudere così la giornata e di rifiugarci in albergo, perchè di più ai nostri muscoli proprio non possiamo chiedere. Stay tuned!

Fine quarta puntata 

>Viaggio a Parigi – 2° giorno – Prima parte

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Ahinoi il secondo giorno di permanenza a Parigi incomincia all’insegna di una pioggerellina fine e insistente. Noi però, che siamo indomabili e water resistant, ci catapultiamo fuori dall’hotel alle 8.30, fiduciosi del fatto che a Parigi c’è un clima continentale e quindi, chissà, magari, forse, speriamo, boh, il tempo cambierà in breve tempo.
Mai speranza fu più sbagliata! Con un perfetto tempismo, infatti, appena giunti ai piedi della Basilica del Sacré Coeur inizia un diluvio universale con tanto di vento e ribaltamenti plurimi di ombrello.
Sacré Coeur

Inutile sottolineare la mia stizza per non poter scattare giga di foto di uno dei punti più famosi di Parigi. Altrettanto inutile contare le volte in cui, cercando di sfidare le intemperie e estraendo la Nikon da sotto il cappotto, ho infradiciato l’obiettivo e la macchina….
Purtroppo, visto il tempo, le strade intorno e sotto la Basilica erano deserte, invece che brulicanti di artisti e di folla variopinta. E i marciapiedi si sono in breve tempo tramutati in torrenti che hanno trasformato le nostre scarpette in pratici bacini idrici portabili.
Nonostante il mio umore da gufo impagliato e fradicio
e la mia inclinazione degna del miglior pessimismo cosmico, decidiamo di dirigerci verso il cimitero di Mont Martre, dove si dice siano sepolti molti nomi famosi. Da perfetta profana pensavo fosse sepolto lì anche Jim Morrison (mai fregato niente del cantante, pace all’anima sua, ma una volta sul posto il tutto assumeva un’aura di interesse)e al motto di “Amò, annamo a vvedè se c’è la tomba di Jimme!” ci intrufoliamo nel cimitero deserto e diluvioso.
All’entrata una mappa ci indica chi è sepolto dove (Jim Morrison non è fra questi, sta di casa al Père Lachaise) e tra tante tombe tutte appiccicate l’una all’altra incontriamo l’illustre Emile Zola, Dumas figlio, il sig. Ampère e Stendhal.

Emile Zola

Avrei voluto pascolare fino alla tomba di Truffaut e Degas, ma la pioggia francamente ci ha fatto desistere a proseguire. Le tombe sono tutte molto particolari e monumentali e, a mio personale avviso, l’atmosfera che regna in questo cimitero potrebbe essere tranquillamente adatta per un film dell’orrore. Insomma, io se rimanessi chiusa con il buio un certo scagotto lo avrei, ecco!

Ospite felino (Noto con fastidio che molte foto sono storte, tutto perchè con una mano tenevo l’ombrello e con l’altra la Nikon. Mfp!)

Ormai divenuti due anfibi cosmopoliti, torniamo sui nostri passi e ci imbattiamo nel Moulin Rouge (Ok, shame on me, ma quando ci sono arrivata davanti ho pensato “Mbè, tutto qui??”) e con la metro torniamo in zona Tour Eiffel per andare a visitare la tomba di Napoleone. Che grandiosità! Che meraviglia! Che sfarzo! Che!!!
Il simpatico ometto corso
abita nella cripta circolare a cielo aperto che si apre al centro della cattedrale degli Invalides e sonnecchia dentro ad una tomba matrioska:

l’involucro esterno è di quarzite rossa della Finlandia e al suo interno ci sono altre 6 bare (ognuna di un materiale diverso) che contengono i suoi resti. Ma non è finita qui! Attorno al sarcofago sono disposte in cerchio 12 enormi statue rappresentanti la vittoria

e la cripta si amplia in un loggiato circolare, sulle cui pareti sono illustrati i punti clou del regno di Napoleone. Insomma, il trionfo dell’ego e della megalomania!

Ma è ormai ora di pranzo e, con la prospettiva di visitare Notre Dame nel pomeriggio, ci spostiamo verso il Quartiere Latino in cerca di un posticino in cui mangiare. Memori della fregatura presa il giorno prima, fatichiamo non poco a trovare un posto che ci permettesse di mangiare senza dover dilapidare la carta di credito e, dopo lungo peregrinare, approdiamo in un ristorantino la cui specialità è il couscous. La scelta si è rivelata azzeccata! Le portate erano abbondanti e il couscous strepitoso!! (Stasera controllo il nome del locale, nel caso a qualcuno interessasse. In ogni caso si tratta di un ristorantino microscopico e con poche pretese, quindi non immaginatevi un locale vips o alla moda)
Cosa ancora più sorprendente, durante la nostra pausa pranzifera il cielo plumbeo si squarcia e finalmente esce il sole!!E Parigi con il sole cambia completamente!
Fine terza puntata


   

>Viaggio a Parigi – 1° giorno – Seconda parte (ovvero, non volevo fare un post kilometrico ma non ci sono riuscita)

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Dopo una breve rinfrescata e dopo aver testato ogni singola caratteristica della camera dell’albergo, i nostri franciosissimi eroi si apprestano a salire sulla Tour Eiffel.

E’ bene premettere che Lady Piemontesina, nei giorni antecedenti la partenza, si è trasformata in una agenzia di viaggi compulsiva e in un impeto di foxytà ha pensato bene di comprare su internet i biglietti per salire sul famosissimo monumento.

“Ti faccio vedere io come si evita la coda chilometrica per salirci!!”, soleva ripetere al povero Baffetto prima di partire. “Ci penso io a fare i biglietti e a prenotare l’orario di visita!!” (il tutto rigorosamente in tono alla Sochmacher).

Senonchè una volta giunti sotto la Tour si presentano n°2 imprevisti:

a) la coda per entrare con biglietto prenotato è pressochè equivalente alla coda per chi deve ancora acquistare i tickets.
b) l’ascensore non porta fino al terzo piano (probabilmente guasto tecnico) ma si ferma al secondo piano. Ergo: comprare i biglietti in anticipo non conviene perchè si rischia, come nel nostro caso, di spendere 26 € e non godersi nemmeno la vista dalla sommità. (Vi farò sapere se arriverà il rimborso del biglietto)

Imprevisti a parte, mentre attendiamo il nostro turno per salire ci rendiamo conto che:

a) siamo vestiti come due procioni in missione in Antartide (mi sono sentita tanto come il protagonista del film “Benvenuti al nord”, quando arriva a Nord Pas de Calais con tanto di piumino antigelo e cappello di pelo e scopre che sono tutti in giro in kway)e che i giuovani, le ragazze in particolare, portano con allegra disinvoltura sottili trench e ballerine senza calze. Cosa che noi faremmo solo in primavera inoltrata e non con 5-6 gradi!
b) causa punto a) e, forse, causa nostra fisionomia veniamo subito etichettati da tutti i vuccumprà della zona come “italiani” (andavano a colpo sicuro senza ancora averci sentito parlare!!!)
c) comprare un panino nei chioschetti sotto la Tour non è bene. Per 5 € ti rifilano un panino equivalente ad una mezza baguette (floscia) farcito di burro (ma dico io, al massimo metti la mayonese ma il burro nooooo!!) e prosciutto cotto di dubbia natura. Il tutto ad una tiepida temperatura da freezer che ti consente di iniziare il tuo romantico week end parigino con una congestione.
d) non è possibile fare più di mezzo passo senza che uno sciame di zingari, vuccumprà, cingalesi, ispanici ti si fiondi addosso sperando di venderti il souvenir dell’anno: la Tour Eiffel che si illumina di tanti colori!! Oribbileeee!! Tipo la gondola da mettere sopra la tivù che puoi trovare a Venezia, tanto per intenderci…
e) causa punto d) e causa cartelli sparsi un po’ dappertutto, non puoi girare mano nella mano con il tuo consorte ma sei costretto a camminare con le mani infilate nei punti strategici: portafoglio, cellulare, macchina foto per evitare che ti vengano rubati;
f) ci sono ovunque militari con mitragliette e flick in bici che controllano la situazione. (La cosa non mi pare collimare con il punto e)

Salire sulla Tour comporta una certa dose di pazienza perchè 
 si viene pressati contro un’orda di troll internazionali urlanti che cerca in ogni modo di passarti davanti per salire sull’ascensore e le attese possono anche essere lunghette. Però la vista da su è meravigliosa e, diciamocelo, anche molto romantica In questo periodo al primo piano c’è anche un piccolo patinoire su ghiaccio e, se si vuole, ci si può anche concedere una pausa al bar della Tour Eiffel che c’è a fianco.
Il mio personalissimo consiglio è scendere dal primo piano a piedi perchè gli scalini non sono tantissimi e poi è sicuramente più suggestivo che osservare il panorama pigiati come delle acciughe contro i vetri dell’ascensore.
(Vorrei aprire una piccola parentesi tutta dedicata al mio ego: 
Il cognome Berthier è il quarto partendo da sinistra
appena arrivati sotto la Torre mi sono resa conto che tra i vari nomi incisi sotto la balconata del primo piano  figurava anche Berthier!!!Mi sono sentita quasi importante   Trattasi di Pierre Berthier, noto mineralogista francese del 18° secolo che scoprì la Berthierite.
Momento culturale: Monsieur Eiffel decise di incidere lungo le 4 facciate della torre i 72 nomi di cittadini francesi (sopratutto scienziati e ingegneri) in segno di riconoscimento per i loro studi. Lo sapevate???)

Er cupolone dorato
Una volta tornati con i piedi per terra ci dirigiamo verso l’Hotel des Invalides, grandioso complesso che era nato con lo scopo di ospitare i soldati invalidi. La cupola dorata, costruita per la cappella privata di Luigi XIV, è inconfondibile e riconoscibile da qualsiasi punto panoramico della città. Il complesso, di una elegantissima grandiosità, ospita il Musée de l’Armée e, all’interno della cappella, la Tomba di Napoleone (che visiteremo il giorno dopo). Dopo una breve visita del porticato e della corte, dove si possono ammirare 4 meridiane diverse lungo le 4 facciate dell’edificio, proseguiamo in direzione Grand e Petit Palais.
I 4 piloni e a sinistra il tetto di vetro del Grand Palais
 Il colpo d’occhio, una volta usciti dal retro degli Invalides, è meraviglioso. Spiccano infatti i 4 piloni sormontati da statue dorate che decorano il Ponte Alexandre III, mentre sullo sfondo appaiono il tetto di vetro del Grand Palais e il dirimpettaio Petit Palais.
Instancabili e indomabili arriviamo alla ruota panoramica di Place de la Concorde (chissà poi perchè mi sono fissata con questa ruota…sarà l’istinto del criceto che è in me che viene fuori!)

e poi, tanto per far capire ulteriormente come noi si sia fuori dal giro, girovaghiamo per Place Vendome in cerca di un localino per mangiare (in Place Vendome persino per acquistare un pacchettino di fazzoletti devi donare un rene) . Ovviamente posticini in cui cenare non ne abbiamo trovati (o meglio, il nostro portafoglio non ha trovato nulla di suo gusto), in compenso se sommassimo il valore dei gioielli delle boutique della piazza credo che si arriverebbe tranquillamente a superare il PIL del Belgio!

Una delle 4 rappresentazioni della Francia sul Ponte Alexandre III
Purtroppo, dopo tanto girovagare, affamati e con i piedi a toast approdiamo in una specie di ristorante/birreria/bistrot in cui ci fermiamo più per stanchezza e per sfinimento, piuttosto che per le specialità culinarie proposte. Insomma, il posto non pareva il trionfo del palato ma tutto sommato pareva che i piatti sulla carta fossero onesti. PAREVA. La bistecca che ho preso io era morbida e fragrante quanto una suola di Nike (mancava la virgoletta e non avrei saputo differenziare una dall’altra); le patate erano gnecche e sapevano di muffa (nemmeno una boia panatera doc le avrebbe degnate di uno sguardo) e il cheeseburger di baffetto era grande quanto un francobollo. Rotondo.
Non parliamo del costo dell’acqua minerale: 4 € per 0,25 cl di Vittel. Insomma, oro liquido!
Ergo, se vi capitasse mai di gironzolare affamati nella zona circostante alla Tour Eiffel, evitate come la peste queste sottospecie di birrerie. Riuscireste a brasare 30 € in un amen, per il nulla!!

Fine della seconda puntata. Stay tuned and updated!

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